3.17. la Libera università degli studi

Il 20 novembre 1860 il regio commissario straordinario per le province dell’Umbria Gioacchino Napoleone Pepoli dichiarò aperta la Libera università del Regno, alla quale il commissario intendeva restituire l’antico prestigio. Escluso definitivamente il vescovo dal governo dell’Ateneo, che veniva affidato al Municipio e ai rettori, l’università fu inserita nel sistema d’istruzione nazionale, stabilendo i titoli necessari all’ingresso. Si presero quindi provvedimenti finalizzati al finanziamento dell’istituto, tra cui anche quelli utili ad arricchire la biblioteca dell’università, mentre una serie di disposizioni temporanee, assunte dal sindaco, servirono al governo dell’istituto fino all’approvazione del primo statuto della Libera università, il 15 febbraio 1864, in linea con la normativa nazionale, ossia con la Legge Casati del 13 novembre 1859, e col "Regolamento generale delle università del Regno d'Italia" del 1862. L’allineamento con il sistema nazionale non fu però semplice, come dimostra il carteggio intercorso, in quegli anni, tra il rettore e il Ministro della Istruzione pubblica, che chiedeva conto dello stato dell’Ateneo. Da parte di Perugia si sperava che l’ingresso nel Regno potesse fondare l’occasione per emanciparsi dallo status di università secondaria e recuperare il prestigio perduto, e si lottava ancora per riconquistare la capacità di laureare in medicina. In ogni modo, la nuova organizzazione prevedeva: un governo municipale, esercitato tramite la Giunta, ed incaricato dell'amministrazione del patrimonio, dell'approvazione dei regolamenti, della nomine del rettore (carica 5 anni), del segretario e degli altri impiegati, e infine dell'apertura dei corsi. All’ordinamento dei quali erano invece preposti un Consiglio rettorale, composto dai presidi e dai rappresentanti delle facoltà, e il Consiglio universitario, in cui compariva l’intero corpo docente. Il preside veniva invece eletto dai professori della facoltà e durava in carica 3 anni.

Nonostante il nuovo ordinamento, si presentarono, nella gestione dell’Ateneo, forti difficoltà: "Le autorità comunali si rivelavano infatti ben presto impari al compito" (Ermini, p. 709) e gli studenti diminuivano. Si chiedeva, da parte universitaria, una maggiore autonomia, che svincolasse il corpo docente dal controllo di una classe politica avvertita come inadeguata, e una maggiore disponibilità finanziaria. Vennero pertanto costituite commissioni per la redazione di un nuovo statuto.  Le cause erano viste oltre che nel provincialismo, nella mancanza di mezzi finanziari. Nel 1884 Provincia e Comune riconobbero all'università una certa autonomia: vennero devolute le rendite da gestire in modo autonomo e fissato un contributo annuo (25.000 dalla provincia e 20.000 dal comune). L'Università veniva eretta ente autonomo, con amministrazione gestita da una Commissione (formata da delegati di provincia, comune e corpo accademico con presidenza del Rettore) sotto il controllo di una Giunta di vigilanza, composta da delegati di provincia e comune, presidente il pres. della Provincia, e vicepresidente il sindaco. Si rinunciò ad alcune cattedre (si perse per intero la Facoltà di scienze, mentre la cattedra di Archeologia venne soppressa dopo la morte di Giancarlo Conestabile Della Staffa, che l’aveva ricoperta per anni) e l’Istituto tecnico viene separato dall’università. Conservate le Facoltà di Giurisprudenza e Medicina e chirurgia (quest'ultima solo fino al 4. anno) e le Scuole di Farmacia, Veterinaria e Ostetricia per levatrici. Il nuovo statuto ebbe l'approvazione ministeriale il 10 febbraio 1886.

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